Museo di Palazzo Palazzo Mocenigo

Palazzo Mocenigo

Percorsi museali

Collezioni di Abiti esposti

Le prime sei sale del percorso espositivo del Museo di Palazzo Mocenigo ospitano una selezione di abiti provenienti dal guardaroba personale di Gaea Pallavicini, messo in vendita direttamente dalla proprietaria e quindi acquistato nel 1984 per volontà del Museo di Palazzo Fortuny.  Gaea Ingrid Blossfeldt (1927 – 2015) nacque a Lipsia, in Germania, figlia unica di Mina Karoly, pianista e bambina prodigio, e Wilhelm Bloszveldt, sociologo, scrittore e filosofo; la famiglia, come successe a molti altri intellettuali tedeschi, fu costretta nel 1938 all’espatrio e si stabilì quindi a Roma. Bella e raffinata, Gaea (da pronunciarsi “Ghea”) si sposò nel 1949 con Sandro Pallavicini, brillante esponente della buona società romana, fondatore e proprietario della Incom, all’epoca l’unica casa produttrice di cinegiornali in Italia, nonché fondatore dell’esclusivo Circolo del Polo di Roma. Gaea fu protagonista assieme al marito di un’intensa vita mondana e, grazie al suo importante salotto romano nei pressi di piazza S. Silvestro, frequentato da personalità dello spettacolo e dell’alta società, favorì le nuove entrature e opportunità del coniuge. Fu quello un luogo d’incontro per chiunque nel mondo s’interessasse di politica, musica, arte, spettacolo o industria, frequentato da amici quali von Karajan, Bernstein, Menotti, Henry Fonda, Truman Capote, Christina Ford, Marella Caracciolo Agnelli, Ira von Fürstenberg, Roberto Rossellini, Orson Welles, Soraya e tanti altri ancora.

Nelle successive sale 8 e 9 sono esposti abiti originali della collezione di abiti e tessuti storici raccolta e appartenuta da Mariano Fortuny, oggi frutto di un comodato d’uso tra il Museo di Palazzo Mocenigo e la Fondazione di Venezia: nello specifico si sono selezionati una serie di quattro sopravvesti mediorientali e quattro d’origine giapponese.

Infine, nelle sale 11 e 12, una selezione dedicata alla moda del Settecento a Venezia comprendente abiti d’epoca ed una nutrita selezione di sottomarsine, tutti provenienti dalle collezioni del Museo Correr.

 

SALA 1 – Collezione Pallavicini / Museo Fortuny
Confrontando tra di loro i quattro abiti esposti in questa prima sala, balza subito all’occhio un primo fattore comune: tutti sono confezionati con tessuti monocromatici e (quasi) tutti presentano linee e volumi essenziali, nitidi e simmetrici. Il completo Valentino, composto da abito e cortissimo giacchino in shantung dal vivido colore giallo aranciato, di linea pulita e simmetrica, crea assieme all’abito firmato Balenciaga, anch’esso in shantung ma color verde, un rapporto scambievole di esaltazione cromatica. Il sapiente taglio sartoriale del capo Balenciaga, semplice all’apparenza e potenzialmente risolvibile con l’applicazione di una semplice cerniera lampo, cela invece una complicata chiusura che unisce la gonna ad una sottoveste all’altezza del busto, coperta poi dal corpino dell’abito che si prolunga, con una soluzione di continuità, nell’asimmetrica porzione di gonna dalla linea curva sottolineata da due fiocchi afflosciati. Le collezioni dello spagnolo Cristóbal Balenciaga determinarono un preponderante influsso sull’alta moda francese, della quale, dopo la morte di Christian Dior nel 1957, divenne incontrastato vertice, abolendo inoltre definitivamente la corsetteria all’interno degli abiti, per volontà di Dior stesso precedentemente reintrodotta. Tra tutti i nomi dei grandi sarti ancora attivi negli anni Sessanta egli rifiutò ancora, al pari di Coco Chanel, la produzione del prêt-à-porter.

Serietà e sobrietà di linee quasi monastiche si manifestano nell’abito firmato Fabiani, lungo fino a terra, castigato tra un alto colletto a fascetta e le lunghe e aderenti maniche, ma ciò che lo scuote dal torpore è la vivacissima tonalità magenta elettrico, che ne dinamizza cromaticamente l’aspetto, altrimenti austero.
Si presenta invece in contrapposizione l’abito in raso di Lancetti, più rigido e architettonico nella struttura, che presenta un décolleté libero e aperto a V, con breve corpino terminante sotto il seno e composto da un busto steccato e aderente al corpo, celato da una sovrapposta e rigida fascia sagomata, volumetricamente scostata dal corpo. I due abiti, visibilmente ben diversi, sono accomunati dall’assenza totale di decorazioni superflue e dalle forme simmetriche e monumentali, quasi monolitiche, pure e sottolineate dall’uso di tessuto monocromatico. Proprio per questo loro carattere solenne i due abiti dialogano con i dipinti appesi alla parete opposta, una coppia di grandi oli su tela volti a celebrare due diversi episodi collegati alle vicende della famiglia Mocenigo nel XVIII sec. e ambientati a Roma (raffiguranti il primo il Palazzo del Quirinale, il secondo Piazza del Popolo), città legata all’attività sia di Fabiani che di Lancetti.

SALA 2 – Collezione Pallavicini / Museo Fortuny
La selezione degli abiti prosegue con la proposta di questi tre capi da sera caratterizzati da uno stile che suggerisce un rimando ai panneggi della statuaria antica.
Firmati da tre diversi stilisti, sono associabili per assonanze che li accomunano:
sono infatti confezionati con leggeri e diafani tessuti montati su fodere in tinta e prolungantesi in ampie strisce pendenti, scaturite dall’incrocio delle sottili spalline plissettate e variegate per l’abito Valentino, prolungamenti delle spalline per quello Lancetti e a forma di maniche/manto per quello Fabiani;
quest’ultimo si contraddistingue per la severità del nero ingentilita e impreziosita dall’alto collarino tempestato di scintillante bigiotteria.

SALA 3 – Collezione Pallavicini / Museo Fortuny
Non solo lunghi abiti da sera: in questa sala sono presentati abiti corti all’altezza del ginocchio e creati da quattro diversi couturiers.
I primi due, quello in shantung azzurro firmato Valentino e quello in cotone rosa shocking firmato Fabiani, sono accostati per via del bel contrasto cromatico che creano assieme mentre il taglio, all’apparenza simile, si distingue nell’abito Valentino in virtù di una separazione tra corpino e gonna, posizionata orizzontalmente e solo sulla schiena, all’altezza del punto vita e celato da una contorta chiusura che si ricollega alla sottile cintura con fiocchetto.
Il tailleur Chanel, in lana operata color blu scuro, è ormai nell’immaginario comune assunto ad emblema del bon ton anni Sessanta, in contrapposizione, per colore e forma, all’abito di André Courregès, anch’esso in lana ma dalla linea essenziale, quasi asettica se non fosse per l’applicazione di due semplici patte rettangolari, che comunque sottolineano l’apertura di due taschine che nemmeno esistono.
Questo stile minimalista e avveniristico, adottato e sviluppato seguendo una personalissima interpretazione anche da altri grandi stilisti quali Pierre Cardin e Paco Rabanne, è ispirato alle missioni nello spazio che proprio negli anni Sessanta appassionavano il mondo, basti pensare all’allunaggio del 1969.

SALA 4 – Collezione Pallavicini / Museo Fortuny
L’abbinamento di questi due completi femminili firmati Fabiani è suggerito dal grande vaso in porcellana cinese posto accanto a loro, giocando quindi visivamente e vistosamente con rapporti cromatici e arzigogolati moduli decorativi.
Il completo è composto da pantaloni e cappa in ricco tessuto matelassé a motivi floreali d’ispirazione cinesizzante color giallo, viola, verde, bronzo e oro, accompagnati da camicetta e reggiseno in chiffon giallo, tessuto ripreso anche per la fodera della cappa.
L’abito azzurro è invece lungo, sinuoso, monocromo e arricchito da un fitto ricamo scintillante che si concentra solo nella parte superiore dell’abito, cioè nei due triangoli coprenti il seno e soprattutto nel corto giacchino.
Dopo un apprendistato presso la sartoria dei genitori a Tivoli, Alberto Fabiani va a Parigi presso un sarto amico di famiglia che lo introduce nel mondo della moda, tornando poi in Italia per assumere la direzione della sartoria paterna. Nel 1951 è tra i partecipanti alla prima sfilata di alta moda a Palazzo Pitti a Firenze dove è definito «scultore del taglio». Nel 1961 si trasferisce a Parigi con la moglie Simonetta Colonna di Cesarò (anch’essa stilista di fama e creatrice della famosa linea «scatola») per aprirvi una casa di mode. Dopo il trionfo della prima collezione il silenzio, e Fabiani torna a Roma dove riprende a vestire le donne più eleganti del mondo.
Tinte cupe raggruppano questa serie di abiti, ma ciascuno si declina seguendo qualche peculiarità. Privo di qualsiasi orpello il primo abito Fabiani, in leggero tessuto crespo su una base di tessuto verde acidulo che riprende la tonalità delle stoffe della sala. Sempre in crespo ma color marrone l’abito Balestra, arricchito ai polsi e allo scollo da un ricamo in velluto a racemi stilizzati. Ancora più aeroso il secondo abito Fabiani, composto da sottoveste e abito in pizzo meccanico dalla pronunciata scollatura e dall’orlo asimmetrico.
Fasciante e prezioso, infine, l’abito Fontana rivestito da un fitto ricamo in canutiglia vitrea e formante un decoro a scaglie.

SALA 5 – Collezione Pallavicini / Museo Fortuny
Varietà di stili è sicuramente ciò che distingue gli abiti esposti in questa sala, così com’è stata la moda degli anni ’60, un crogiolo vulcanico di inventiva e sperimentazione, con esiti diversissimi e spesso diametralmente opposti. 
Si può partire infatti dal variopinto e morbido completo Fabiani in crespo stampato, suddiviso in blusa e gonna pantalone plissettata che riprende la parte centrale dell’altro Fabiani, nero e scultoreo. 
Sgargiante e comodo il completo firmato Fiorese e confezionato in tessuto stampato, composto da ampio pantalone e lunga casacca con fusciacca, mentre ancora classico l’abito Lancetti, in tessuto operato con decoro a lunghe catene ad anelli.

SALA 6 – Collezione Pallavicini / Museo Fortuny
Bianco, verde e rosa: associazioni cromatiche per abbinare questi tre abiti femminili dalle forme originali alle tonalità di questa piccola sala, uno scrigno decorato nel Settecento a stucchi policromi. Peculiarità dell’abito Valentino è l’armonica opposizione tra il bustino, in trasparente organza nera che si prolunga in maniche terminanti con sfilacciature, fluttuanti come piume, e la solida e plastica gonna, in tessuto faille, ovvero un’armatura derivata dal taffetà che le imprime una maggior rigidità. Vivaci e smaglianti risultano i due completi alle spalle: la principessa Irene Galitzine, nata a Tbilisi, nel Caucaso, dalla principessa Nina Lazareff e da un ufficiale dello zar, Boris Galitzine, negli anni Venti emigra insieme alla madre a Roma, dove è educata come una ragazza della migliore aristocrazia romana, entrando successivamente nel mondo della moda come indossatrice, promoter e stilista.
Celebre è la sua presentazione nel 1960 a Palazzo Pitti del «Pijama Palazzo», un comodo ma raffinato ensemble, così battezzato da Diana Vreeland, composto da pantaloni e blusa, spesso realizzati con tessuti ricercati e decorati con ricami, frange e perline; è una mise innovativa e d’élite, paragonabile ad una divisa del jet-set che continuerà ad apparire con successive varianti.

SALA 8 – Collezione Fortuny / Comodato Fondazione di Venezia

1.Sopravveste maschile a righe – Turchia, fine XVIII sec.
Il disegno del tessuto con cui è confezionata questa sopravveste si articola, su di un fondo in taffetà, in fasce a reticolo di foglie cuoriformi turchesi con dettagli ricamati a punto catenella in seta gialla e cotone rosso. Queste righe si alternano a piccole spirali nere, righine gialle e spinapesce lilla formanti un decoro descritto da slegature di fili di ordito supplementare in sete alternanti colori e argento filato, secondo la tecnica definita ‘pelo strisciante’. L’impiego misto di fili di ordito in seta e di trame in cotone rende il tessuto meno costoso rispetto all’uso esclusivo di sola seta.

2. Sopravveste maschile giallina – Persia, inizio XIX sec.
Sopravveste maschile confezionata con tessuto ad armatura taffetà, con ordito di seta e trama di cotone, mentre il decoro è creato dalla slegatura in superficie di trame supplementari broccate, sia in seta che in prezioso argento filato. Il disegno della stoffa, semplice e ritmato nel suo andamento modulare, si sviluppa in policromi cespi di fiorellini sistemati in forma di boteh disposti in file parallele orizzontali, alternati a scacchiera.

3. Sopravveste maschile bianca – Turchia, inizio XIX sec.
Sopravveste maschile in taffetà di seta bianca decorata per slegature di trame broccate di seta verde, blu scuro e oro filato che creano assieme sequenze di tralci con fiorellini che si dispongono su parallele orizzontali, sfalsati a scacchiera.
Di linea svasata, aperta anteriormente con pannelli sormontanti, colletto a fascetta, bottoncini sferici rivestiti di seta gialla e relative asole sull’addome, sempre con spacchi laterali e maniche lunghe come per le altre sopravvesti finora proposte, è bordata agli orli da una spighetta e una minuscola passamaneria, entrambe dorate. I polsi sono invece decorati con gallone d’oro lamellare e filato, più una passamaneria d’argento filato su seta gialla e bianca.

4. Sopravveste maschile rossa – Turchia, inizio XIX sec.
Sopravveste maschile confezionata con un tessuto ad armatura di fondo raso, prodotto da ordito e trama di seta rossa, mentre il decoro è ottenuto per slegature di trame lanciate d’argento filato e per trame broccate in sete policrome.
Dal fondo rosso, esili tronchi con foglie, in argento profilato di verde cupo, si snodano su linee diagonali verso destra, incrociandosi con piccoli galloni giallo-rossi a fiorellini, formando un reticolo di maglie circolari perlinate, al centro delle quali si dispongono steli a tre corolle, che alternano il colore del fondo.

SALA 9 – Collezione Fortuny / Comodato Fondazione di Venezia

5. Veste cerimoniale blu – Giappone, fine XIX sec.
Leggerissima veste in rada tela di lino tinta a riserva e ricamata con sete policrome e oro cartaceo; fodera in taffetà arancio con decoro geometrico solo al bordo. Si delineano in bianco cascate, vortici e spruzzi d’acqua e, più in alto, nuvole e scrosci di pioggia. Risalta la colorata vegetazione lacustre composta da canne, tife, tronchi emergenti con foglie di xentie, fiorellini cuoriformi e a piumino da cipria che si ripetono sfalsati o con orientamenti opposti, nel tipico ordine apparentemente caotico della natura. Sul retro spicca il ventaglio, simbolo degli Immortali taoisti, e il fiore di loto, mentre nella parte superiore della veste sono stampati in bianco cinque fiori di loto stilizzati.

6. Veste teatrale bianca – Giappone, XIX-XX sec.
Leggera veste in tela di lino bianco stampato e ricamato con sete policrome e oro ritorto. È foderata allo scollo in taffetà arancio e agli orli in taffetà bianco, che si presenta, solo all’apertura delle maniche, in bianco damasco serico a motivi floreali e svastiche beneauguranti. Il decoro del tessuto presenta, stampati in policromia, tralci di crisantemo, piante acquatiche, foglie varie e bacche, tutti disposti senza alcun ordine, ma seguendo l’elegante e originale essenzialità grafica tipica del Giappone. Alcuni di questi particolari, mai gli stessi, sono inoltre rafforzati da ricami policromi e dorati.

7. Veste verde e arancione – Giappone, XIX-XX sec.
Veste in crespo di seta stampato a riserva e ricamato: su armatura di fondo in taffetà di seta bianca, stampato in verde e viola, molti elementi del disegno sono stati ricamati con sete policrome e oro cartaceo. Foderata in taffetà arancione, è doppiata in bavella di seta, un poco più spessa ai polsi e con imbottitura vistosa all’orlo inferiore. Sul fondo verde erba, in bianco, a fasci di righe disposti diagonalmente si alternano rami di larice, fiori di pesco, bandiere e bandieruole, cordoncini con nappe, il tutto con dettagli ricamati in policromia. Sulla parte posteriore sono interamente ricamati, in alto, un tavolinetto con ruota e fungo (simboli taoisti), un copricapo alato con spada e il pinnacolo raggiato di un tempietto.

8. Veste cerimoniale verde – Giappone, XIX-XX sec.
Veste per cerimonia in crespo di seta stampato e ricamato, senza fodera. Sul tessuto, tinto in verde e bianco per riserva, con dettagli in azzurro e marrone, il ricamo è in sete policrome e oro cartaceo ritorto su seta bianca. Sul fondo si evidenzia un paesaggio con colline, ruscelli, capanne, aceri, glicini e una profusione di fiori di molte varietà e colori. 
Il decoro, che anteriormente si diparte dalla spalla sinistra, si infittisce poi verso il basso, risalendo infine ad abbellire la zona sottostante della manica destra. Tutto è nel consueto disordine ‘cosmico’ reso più caotico dall’intervento di Mariano Fortuny o di sua moglie Henriette, che per restringere la veste ne hanno scombinato l’equilibrio grafico.

SALA 11 – Collezione del Museo di Palazzo Mocenigo

1 e 2. Due completi maschili – Venezia, ultimo quarto XVIII sec.
L‘abbigliamento maschile del XVIII sec. si compone di tre imprescindibili capi: la marsina, la sottomarsina (dette ‘velada’ e ‘camisiola’ a Venezia) e i calzoni corti al ginocchio.
Questo completo nacque nel XVII sec., sotto il regno di Luigi XIV, come ‘abito da campagna’, termine indicante l’uniforme ufficiale per le campagne militari, poi ufficializzato nell’uso a corte. Esso registrò nel corso del secolo successivo un graduale ma continuo ingentilimento delle forme e dei decori che, partendo dal Tardo- Barocco, mutò col Rococò ed infine con il Neoclassicismo. Completavano il tutto la camicia, solitamente arricchita con merletti ai polsi e allo scollo, il cappello a tricorno e le calze (le più preziose in seta) con scarpe dotate di fibbie e tacco di altezza moderata.

3. Sottomarsine e gilet – Venezia, XVIII – XIX sec.
Il camerino propone ed espone una cinquantina tra sottomarsine e gilet, sottolineandone nelle fogge e nei decori lo sviluppo cronologico dalla prima metà del XVIII sec. sino ai primi anni del secolo successivo. Le più antiche si caratterizzano per la lunghezza, coprente la coscia, e per essere spesso confezionate con tessuti operati, vale a dire già decorati a telaio, come avveniva per i ricchi tessuti destinati al sontuoso abbigliamento femminile. Col procedere del secolo si acuisce sempre più gradualmente la differenza di genere tra i sessi e la moda maschile opta per sottomarsine ricamate a mano e sempre più corte, tanto che spesso quelle troppo lunghe, ormai antiquate, vengono accorciate, celando poi la cucitura al disotto delle alette dei taschini. Alla fine del secolo si arriverà alla foggia del gilet, con minuscole falde o tagliato in vita, con risvolti allo scollo e talvolta a doppiopetto, caratterizzato da un decoro sempre più semplificato e di dimensioni ridotte, talvolta addirittura assente.

SALA 12 – Collezione del Museo di Palazzo Mocenigo

4. Completo maschile – Venezia, ultimo quarto XVIII sec.

Completo in taffetà chiné-à-la-branche, ovvero con i fili di ordito tinti prima della tessitura, accorgimento che crea una rigatura dall’effetto ‘fiammato’. Particolarità è il ‘frac’ o ‘flacco’, cioè una marsina con i quarti anteriori tagliati all’altezza della vita. A doppiopetto, con otto bottoni in legno rivestiti con lo stesso tessuto, ha collettino montante sul retro e terminante sul davanti con risvolti a punta. Le maniche, lunghe e sagomate, hanno polsini a zoccolo, mentre le patte delle tasche sono ancora sagomate. Paragonando questo completo ai due esposti in sala 11, si può notare una semplificazione della foggia e l’assenza totale di ricami.

5. Abito femminile – Venezia, ultimo quarto XVIII sec.
Abito in tessuto monocromo cannellato, cioè con un’armatura che crea una rigatura orizzontale. L’ampio scollo stondato andava mitigato da un vaporoso fazzoletto inserito nello scollo o da una leggera mantiglia avviluppata attorno al busto: qui lo si propone arricchito da un merletto di Burano del XVIII sec. La foggia è semplice, comoda e funzionale: fu importata dall’Inghilterra che, con la Francia, propose uno stile che diminuiva il divario tra aristocrazia e borghesia. Tali fogge sono ben documentate dai figurini di moda dei periodici dedicati al genere femminile diffusi dalla fine del XVIII sec.: a Venezia, edito tra il 1786 e il 1788, è d’obbligo citare “La donna galante ed erudita. Giornale dedicato al bel sesso”.


 

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Le collezioni di abiti esposti
al Museo di Palazzo Mocenigo

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