Sale espositive al piano nobile
Il percorso di visita, completamente rinnovato e ampliato nel 2013, si sviluppa in venti sale del primo piano nobile.
L’allestimento integra arredi e dipinti del palazzo con numerose opere provenienti da diversi settori e depositi dei Musei Civici di Venezia.
Portego
Il portego, termine indicante questo grande salone centrale attorno al quale sono disposti e in comunicazione gli altri ambienti, è caratteristico delle strutture architettoniche dei palazzi veneziani. Destinato alle feste e alla vita di rappresentanza della famiglia, vi risalta il monumentale doppio portale marmoreo sormontato da un timpano spezzato recante al centro, sorretto da due putti, lo stemma Mocenigo, che si ritrova poi disseminato lungo tutto il palazzo, soprattutto dipinto nei quadri e intagliato nelle cimase delle cornici.
Alle pareti si stagliano grandi quadri, principalmente raffiguranti illustri personaggi presso i quali i Mocenigo furono ambasciatori, mentre il lungo fregio che corre sotto il soffitto, realizzato su modello di quello della sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, ricorda i membri illustri della famiglia accompagnati da brevi didascalie che ne narrano i tratti salienti delle carriere. I succinti tratti di parete non coperti dai dipinti sono invece decorati ad affresco con motivi architettonici originariamente realizzati dal quadraturista Agostino Mengozzi Colonna, poi successivamente oggetto di ridipinture.
Sala 1
I dipinti di questa sala, parte del nucleo originale di opere d’arte appartenute alla famiglia Mocenigo di San Stae, inaugurano una serie pittorica strettamente legata alle celebrazioni delle glorie del casato.
I due solenni quadri si riferiscono a episodi commemorativi della carriera di Alvise IV Mocenigo (1701-1778), che risiedette a Roma dal 1733 al 1737 in veste di ambasciatore presso papa Clemente XII. Sono opere di Antonio Joli, un pittore vedutista la cui cifra stilistica risiede nelle imponenti architetture che, contrapposte a minute e brulicanti figure, accentuano la scenografica prospettiva delle sue scene.
I tre delicati ritratti testimoniano invece l’avanzamento di carriera dello stesso Alvise IV Mocenigo, eletto doge nel 1763, e raffigurano la dogaressa Pisana Corner, sua sposa dal 1739, e il probabile ritratto di uno dei tre fratelli del doge.
Questi dipinti di Francesco Pavona, dalla resa pittorica vaporosa e quasi impalpabile, ben testimoniano la massima stima che la tecnica pittorica del pastello godette nel Settecento, in Italia e all’estero, nel campo della ritrattistica.
Sala 2
L’affresco allegorico sul soffitto è frutto, come quelli delle sale successive, di un importante intervento decorativo effettuato nel 1787 per le prestigiose nozze di Alvise I, nipote del doge Alvise IV Mocenigo, con Laura Corner di San Polo.
In assetto piramidale si individuano la Fama con fronda d’ulivo e tromba, la Gloria su di una nuvola con scettro e corona e Imeneo, simbolo nuziale con fiaccola e ghirlanda, attorniato da svolazzanti amorini con anfora e remo, probabili simboli di abbondanza e di fortune nelle imprese marittime. In primo piano conclude la scena un giovane recante in mano il simbolo alchemico di Mercurio.
Questa scena centrale in stile tiepolesco, opera di Giovanni Scajaro, è inscritta in una cornice di gusto neoclassico realizzata dal quadraturista Giovan Antonio Zanetti, termine identificante una figura professionale che, tra Seicento e Settecento, si specializzò nella realizzazione di pitture murali ad architetture prospettiche e illusionistiche, sia a tempera che ad affresco.
Compongono l’estetica settecentesca diffusa nel palazzo una serie di leggiadri mobili ai quali fa da contraltare un robusto e coriaceo cassone coevo. Le esotiche porcellane cinesi, provenienti dal Tesoro della veneziana Scuola Grande di San Rocco, sono invece frutto di un comodato.
Sala 3
Nella sala è apparecchiato un settecentesco servizio da tavola che abbina ceramiche italiane a vetri di manifattura veneziana, molti dei quali ad uso di Boemia, una produzione a imitazione del lucente e spesso cristallo boemo, particolarmente adatto a essere inciso e molato, talvolta dipinto in oro.
Nella scena affrescata sul soffitto troneggia in alto la Gloria munita di piramide, fronda di palma e corona d’alloro, mentre al centro compare un guerriero su di un cocchio trainato da cigni e putti alati, seguito a lato dalla Fama che suona la tromba. Le due figure femminili con spada, ramo d’ulivo, scettro e armi accatastate possono essere interpretate come le personificazioni del buon esito delle imprese militari o come Venezia e la Pace. Compaiono infine due donne che reggono un frutto e due remi, figure allegoriche della Terra e del Mare.
La quadratura ad affresco che racchiude la scena presenta un doppio esile tralcio floreale, ripreso anche nella boiserie, e una cornice a medaglioni monocromatici raffiguranti le Arti.
Sala 4
Tra i dipinti esposti, solo la Madonna di scuola belliniana fa parte del nucleo originale di opere appartenenti al palazzo, al pari del lampadario e relative applique di settecentesca manifattura veneziana a ciocche, ovvero a caratteristici fiori policromi.
Al centro del pavimento, in stucco alla veneziana, spicca lo stemma della famiglia Mocenigo, mentre l’affresco a soffitto è un’allegoria delle nozze con Imeneo, munito di fiaccola, su di un carro seguito dalle Ore, rappresentate da putti con ali di farfalla che trattengono due colombe. Segue la sposa quasi colpita da un dardo di Venere, mentre regge assistita un cuore già trafitto. Le altre figure rappresentano la Poesia, l’Amore e la Primavera, mentre in primo piano è adagiata su di una nuvola l’Abbondanza con cornucopia e amorini.
Completa l’affresco la riquadratura con medaglioni allegorici rappresentanti Poesia, Pittura, Scultura e Musica.
Sala 5
Un episodio noto tra le storiche vicende belliche della famiglia Mocenigo è raffigurato nella grande tela che ricorda lo scontro, presso l’isola greca di Sapienza, intercorso tra i corsari barbareschi e i veneziani guidati da Zaccaria Mocenigo (1634-1665), che si dice preferì morire incendiando la sua nave piuttosto che cadere in mano al nemico.
Degni di nota sono l’elaboratissima cornice dorata con stemma e figure allegoriche a tutto tondo e il lampadario che, come quello in sala 4, è attribuito all’officina di Giuseppe Briati (1686-1772), membro di una famiglia in cui l’arte vetraria si tramandava da generazioni.
Affrescata sul soffitto la Metafisica, figura alata con il sole nel petto, tiene per mano la Famiglia. Seguono due figure con i simboli del potere politico e religioso, allusioni alle cariche ricoperte dai membri della famiglia Mocenigo.
Compaiono anche la Giustizia con la bilancia, la Pace con l’ulivo e un putto con corona d’alloro. Terminano l’elenco la Fortezza e la Virtù guerriera, con colonna e scudo, mentre in alto a sinistra due figure sono identificabili come il culmine dell’apoteosi.
Sala 6
Questa piccola sala, intima e accogliente, quasi incastonata all’interno del poderoso e celebrativo palazzo, svela al pari di uno scrigno una decorazione del Settecento in stucco dalle lievi e dolci tonalità pastello, riverbero della luminosa quanto proverbiale spensieratezza di quel secolo.
Tra i slanciati pezzi d’arredamento, tutti settecenteschi, spicca per rarità e raffinatezza il cofano in legno rivestito di cuoio e seta, destinato alle abbienti patrizie veneziane per conservare la propria preziosa dote nuziale, all’epoca indispensabile per combinare un vantaggioso contratto matrimoniale.
Tra i pittori esposti, Anna Pasetti è un’artista veneziana del pastello poco nota alla critica. Sorda, fu assistente di artisti quali Ludovico Gallina e Jacopo Guarana ed eseguì copie di dipinti e incisioni. I suoi due pastelli, raffiguranti scene di carattere edificante, riprendono due stampe di John Raphael Smith (1751-1812), a loro volte tratte dai dipinti originali di William Redmore Bigg (1755-1828).
Sala 7
Le due monumentali tele raccontano le missioni diplomatiche di Alvise II Mocenigo (1668-1725) in qualità di ambasciatore della Repubblica di Venezia a Londra, dal 1701 al 1705, e di bailo a Costantinopoli, dal 1709 al 1714. Lo stemma della famiglia Mocenigo compare infatti fieramente sulle gualdrappe dei cavalli a Costantinopoli e sulle carrozze dorate a Londra.
Curiosa la tradizione che interpretava il dipinto ambientato a Londra come un Arrivo a Chioggia di un principe di Svezia, mentre in realtà l’artista si rifece al dipinto l’Arrivo degli ambasciatori veneziani Nicolò Erizzo e Alvise Francesco Pisani a Londra il 30 maggio 1707 di Luca Carlevaris (1663-1730), artista riconosciuto come padre del vedutismo veneziano.
Come sovrapporte, tra decorazioni floreali ed entro cornici in stucco, sono affrescate a grisaglia, ovvero in monocromia, le allegorie delle quattro stagioni, ciascuna rappresentata da un putto recante, in sequenza, fiori, spighe di grano, grappoli d’uva e fuoco.
In questo ampio salone da ricevimento l’aulica atmosfera è rievocata grazie all’imponente tavolo maestosamente apparecchiato con coppe, alzate, candelieri e piatti, tutti manufatti in vetro veneziano databili tra il Cinquecento e il Settecento.
Sala 8
I ritratti commemorativi qui esposti raffigurano didascalicamente persone vissute in epoche ben distanti rispetto a quelle in cui vennero eseguiti. Ciò non è casuale, bensì indicativo della ferrea e costante volontà delle famiglie del patriziato veneziano di ricordare personaggi ed eventi che accrebbero o rimarcarono il valore storico della propria casata.
Due tele narrano di Tommaso Mocenigo (1343-1423) che nel 1396 ricevette dal senato di Venezia l’incarico di partire con otto galere in appoggio ai crociati impegnati contro i turchi del sultano Bāyazīd. La flotta riuscì a liberare Costantinopoli dall’assedio ottomano e a trarre in salvo il re Sigismondo d’Ungheria con pochi altri superstiti.
Altri ritratti raccontano invece la fortuna della famiglia Morosini, che nel Tredicesimo secolo si estese al di fuori di Venezia grazie ai matrimoni di Tommasina con il principe d’Ungheria Stefano il Postumo e tra Costanza e Ladislao, figlio di Dragutin re di Serbia.
Dall’unione di Tommasina e Stefano nacque un figlio che, grazie allo zio Albertino Morosini e al cognato della madre Marino Gradenigo, divenne poi re Andrea III d’Ungheria.
Sala 9
Decorano le pareti della sala numerosi dipinti raffiguranti personaggi veneziani che ricoprirono diverse cariche politiche. L’unico effigiato non facente parte di questa nutrita schiera è il veneziano papa Gregorio XII, nato Angelo Correr (1335-1345 ca.-1417) e ricordato perché, eletto al soglio pontificio nel 1406, abdicò nel 1415 per riuscire a superare lo scisma d’Occidente, causato dalla compresenza di ben tre papi in carica.
Gustoso episodio caratteristico dell’antico costume veneziano è invece narrato nel bassorilievo raffigurante una lotta sul ponte dei Pugni, tuttora situato nei pressi di campo San Barnaba e anticamente sprovvisto di ringhiere. Tra le due fazioni rivali vinceva chi riusciva a gettare in acqua più avversari ma, data la soverchia brutalità raggiunta nel tempo, questi scontri furono successivamente aboliti.
Specchiere, consolle e seggioloni, sfarzosi e dorati a profusione, fanno parte dell’arredamento originale del palazzo. Da questo salone, come dai precedenti o dal successivo, si può apprezzare la prospettica e scenografica infilata delle porte di passaggio, contornate da lussuose cornici in marmo.
Sala 10
In questa sala la serie dei fasti della famiglia Mocenigo si conclude con tre dipinti dedicati ad Anna Maria Luisa de’ Medici (1667-1743), figlia del granduca Cosimo III di Toscana ed elettrice del Palatinato. Ultima della sua dinastia, rimasta vedova partì da Düsseldorf per raggiungere Firenze, sua città natale che legò indissolubilmente, con il Patto di famiglia del 1737, al patrimonio artistico dei suoi antenati.
Tra le varie tappe del suo lungo viaggio, alloggiò a Verona, ospite presso i marchesi Carlotti.
La tela più grande, raffigurante il corteo celebrativo in suo onore, è frutto di una manipolazione prospettica che ne esalta la panoramica magnificenza. Corrette sono le posizioni a sinistra di palazzo Carlotti e al centro della porta Borsari, mentre quest’ultima è immaginariamente svincolata da altri edifici e in diretto contatto con piazza dei Signori, in realtà distante, dove compare il palazzo del Capitanio e la Torre dei Lamberti.
Alvise III Mocenigo (1671-1745), allora capitano a Verona, in onore della principessa organizzò per la sera del 9 ottobre 1717 un gran ballo nella sua residenza. Il secondo dipinto mostra l’arrivo nel cortile del palazzo del Capitanio con le insegne del dominio veneziano, cancellate poi in un impeto patriottico volto a rievocare l’indipendenza di Verona sotto gli Scaligeri, mentre la terza tela illustra, in un ampio salone, la scena finale del ballo.
Sui ripiani si trovano il ritratto della moglie dell’ultimo Mocenigo assieme a fotografie dei Savoia del ramo di Aosta.
Sala 12
L’archivio della famiglia Mocenigo di San Stae, del quale è qui esposta una selezione, pervenne per merito del lascito testamentario di Alvise II Nicolò (1871-1953), ultimo discendente dei Mocenigo. I documenti, che dall’Undicesimo secolo si estendono sino alla metà del Novecento, si suddividono in tre cospicui fondi.
In primo luogo il fondo Mocenigo di San Stae, contenente anche documentazione riconducibile a famiglie i cui patrimoni pervennero ai Mocenigo tra Cinquecento e Seicento tramite matrimoni ed eredità.
Sempre per aggregazioni matrimoniali e patrimoniali confluì il fondo Contarini Da Mula di San Beneto, a seguito delle nozze nel 1771 tra Alvise I Mocenigo e Polissena Contarini Da Mula, a sua volta ricco di scritture di famiglie precedentemente innestate.
Infine il fondo Corner di San Polo, confluito per merito del matrimonio celebrato nel 1787 tra Alvise I Mocenigo e Laura Corner.
Quanto al contenuto dei testi, i fondi presentano la composizione tipica di altri archivi gentilizi veneziani, dove le carte amministrative, finanziarie e giudiziarie relative al patrimonio si affiancano e alternano a documenti afferenti alla sfera pubblica e politica, frequentemente rispecchianti la carriera e l’impegno civile dei membri familiari, oltre a materiale di carattere più strettamente personale e privato.
Sala 13
Da questa sala si avvia la sezione dedicata a un meno conosciuto ma assai peculiare e intrigante aspetto del costume veneziano, quello legato alla storia del profumo.
Accompagna il visitatore il video che suggestivamente ne narra le vicende sin dal Medioevo, i segreti di produzione, i capricci dei committenti e l’evolversi del gusto, ben sottolineando quanto fondamentale fu per quest’arte l’apporto di Venezia.
L’apogeo di questa narrazione si raggiunse nel Cinquecento, quando il profumo divenne sovrano e tra gli articoli più pittoreschi si potevano trovare i paternostri, indicanti rosari dai grani in pasta profumata; i moscardini, pasticche odorose per contrastare l’alito cattivo; gli uccelletti di Cipro, ovvero fragranti impasti, forse a forma di volatili, da bruciare; i lisci e le manteche, sotto cui ricadevano vari preparati cosmetici; l’acqua nanfa quale distillato di fiori d’arancio e le bionde, soluzioni per imbiondire le chiome delle veneziane.
Sala 14
La sala rievoca l’atmosfera di un laboratorio da profumiere, anticamente conosciuto come muschiere, depositario di tecnologie e ricette per creare saponi, oli, paste, polveri e liquidi per profumare stanze, corpi, abiti e accessori.
Dagli ultimi decenni del Quattrocento sorse in Italia una nuova attenzione per la cosmesi femminile e si stamparono, specialmente a Venezia, numerosi ricettari e trattati basati su quelli medievali, ancora eterogenee commistioni di medicina e cosmesi, arte e scienza, farmacopea e magia.
Nella sala, disseminata di alambicchi, vari contenitori e albarelli da farmacia, troneggia sul tavolo una riedizione veneziana del 1570 dei Commentarii in sex libros Pedacij Dioscoridis Anazarbei de Medica materia […]. Opera di Pietro Andrea Mattioli (1501-1578), è il più noto testo botanico-farmaceutico del Cinquecento contenente i commenti all’opera medica di Dioscoride Pedacio, nozioni popolari e le virtù medicinali di centinaia di piante allora inedite.
Il pannello a parete è una mappa olfattiva che ripercorre gli itinerari percorsi dai mercanti veneziani per procurarsi le materie prime tramite le fitte reti commerciali dei convogli navali messi in assetto dallo Stato veneziano, conosciute come mude, assai decisive per il commercio e per fare di Venezia una delle capitali della profumeria occidentale.
Sala 15
La sala è dedicata alle materie prime impiegate nella produzione di profumi, la maggior parte delle quali risultano già citate negli antichi ricettari rinascimentali.
Costosi e ricercati, i profumi necessitavano di materie prime rare ed esotiche, di origine vegetale come il benzoino o la cannella, o animale come lo zibetto e il castoreo.
Alcune erano particolarmente rare, come il muschio, o moscado, una secrezione tratta da un sacchetto peloso posizionato vicino all’ombelico degli esemplari maschi del moschus moschiferus, mammifero appartenente alla famiglia dei cervidi, oppure l’ambra grigia, o ambracan, ottenuta dalle concrezioni intestinali del capodoglio e di altri cetacei.
Nelle due vetrine, su un lato è esposta una selezione di antichi vetri veneziani; sull’altro, tra materie vegetali essiccate, spuntano i Secreti nobilissimi dell’arte profumatoria, nella ristampa bolognese del 1672 dell’opera del Rossetti, e i Secreti del reverendo don Alessio piemontese, riedizione veneziana del 1783, assai dopo la prima edizione del 1555, entrambi appartenenti alla Collezione Vidal.
Sala 16
Tre vetrine, tre secoli, tre modi di vivere e interpretare il profumo e i suoi contenitori in termini culturali, estetici e sociali. La selezione qui esposta è in comodato dalla Collezione Storp di Monaco di Baviera.
Vetrina 1: lo splendore raffinato del XVIII secolo
Nel Settecento, il profumo è ancora riservato a pochi eletti clienti, privilegiati da un titolo e dalla loro posizione sociale.
I flaconi sono piccoli e preziosi e contengono quantità limitate di balsamo odoroso o di fragranze molto concentrate.
Vetrina 2: le solide trasparenze del XIX secolo
L’ascesa della borghesia aumenta notevolmente il numero di coloro che utilizzano il profumo come tocco finale per una migliore igiene personale.
L’Ottocento è il secolo dell’acqua di Colonia che colma grandi flaconi in vetro colorato, spesso sfaccettato, posti sui ripiani delle toilette assieme ad altri articoli da cosmesi.
Vetrina 3: lo stile unico del XX secolo
Nel XX secolo il profumo si avvia a diventare prodotto di massa. Come creare allora un prodotto elitario?
La risposta è in una miscela che dà origine ai profumi più iconici di sempre, combinazioni tra una firma esclusiva della moda, un celebre designer del vetro e un grande naso, ovvero il creatore di profumo.
Un nome su tutti simboleggia il design del vetro degli inizi del secolo: René Lalique.
Sala 17
Il termine famiglia olfattiva indica la moderna classificazione dei profumi basata sugli elementi di cui sono costituiti. Sul tavolo sono a disposizione delle narici del pubblico, contenute in diciotto flaconi vitrei eseguiti a mano da maestranze veneziane, le essenze che contribuiscono alla formazione di sei delle sette principali famiglie ufficiali.
I visitatori possono sollevare i tappi per sperimentare in modo inebriante le fragranze e cogliendo al contempo, scientificamente, utili e interessanti informazioni dai relativi tablet.
Questi sono disposti attorno a un raffinato deser settecentesco in vetro e cristallo veneziano, ovvero una preziosa e trionfale decorazione creata per arricchire la tavola e stupire gli ospiti durante fastosi banchetti, o come dono da farsi a re e principi esteri.
Completano la decorazione della sala una coppia di ottocentesche e imponenti specchiere recanti, inciso nella cimasa, il simbolo dell’isola di Murano, assieme a un dipinto raffigurante una scena carnevalesca ambientata in piazza San Marco a Venezia, interessante per i variopinti costumi e le bizzarre maschere raffigurate, antesignane del settecentesco completo in bauta, frequentissimo nella produzione artistica di Pietro Longhi.
Sala 18 e 19
Protagonista della sala 18 è l’antico e raro organo da profumiere, uno straordinario e peculiare mobile destinato al maestro profumiere per la composizione delle sue creazioni a partire dagli oltre duecento flaconi di oli essenziali, qui schierati come spettatori seduti sulla cavea di un antico teatro.
Alle pareti, assieme al curioso quanto bizzarro ritratto di un minuto cane da compagnia, sono affissi ritratti femminili che testimoniano, tramite diverse pettinature e un abbigliamento più o meno discinto, alcune variazioni della volubile moda a cavallo tra Seicento e Settecento.
La sala 19 è allestita come una piccola galleria di dipinti antichi, con scene di genere o tratte dal repertorio sacro, più un piccolo ritratto di dama veneziana tardo rinascimentale, riconoscibile e databile per la caratteristica ed eccentrica acconciatura a ciocche inanellate e inarcate, oltre che per la vistosa scollatura della veste.